Un ritratto, sei anni dopo
L'altro giorno ho ripreso in mano una fotografia che mi è stata scattata sei anni fa.
C'era qualcosa che mi chiamava.
L'immagine è opera di Luis Garvan, un artista che stimo immensamente, e ricordo con nitidezza il momento in cui la ricevetti. La guardai e, beh, non mi piacque molto.
Non perché fosse brutta, tutt'altro. Ma c’era qualcosa di dissonante, qualcosa che non riuscivo ad accettare. Era un ritratto preciso, onesto, forse troppo.
Mi sembrava che raccontasse una parte di me che avrei preferito non vedere e, sopratutto, non mostrare.
Eppure, col tempo, quella stessa immagine è diventata una delle mie preferite.
L’ho stampata, incorniciata e appesa. Prima in casa, poi in studio.
Per anni ci sono passato davanti, e ogni volta che la osservavo mi dicevo: "Eccolo, sono io". Ma qualche giorno fa, guardandola con più attenzione, mi è sorta una domanda che mi ha spiazzato: quando ho smesso di essere quella persona?
Ora, è ovvio che non assomiglio più a "quel Michael". Sono passati sei anni, gli anni cambiano tutto, anche i tratti del viso. Ma non era solo una questione estetica. Mi chiedevo: quando quella versione di me è diventata qualcosa di passato? Subito dopo lo scatto? Un mese dopo? Un anno?
C’è una stranezza incredibile nella fotografia: ti restituisce un’immagine di chi sei, ma lo fa fissandoti in un momento che è già andato. Un momento che è già memoria, anche se lo scatto è avvenuto un secondo prima.
E allora mi chiedo: la fotografia racconta davvero chi siamo o chi eravamo? E, se è così, non significa forse che ogni fotografia è inevitabilmente il ritratto di qualcuno che non esiste più?
C’è un potere straordinario in questo. La fotografia cattura il presente ma lo trasforma immediatamente in passato. È come una lettera che ci scriviamo e che, ogni volta che leggiamo, ci ricorda quanto siamo cambiati, quanto siamo altro.
Ripensandoci, forse è questo il motivo per cui quella foto di sei anni fa oggi mi piace tanto. Perché mi ricorda chi sono stato, ma anche tutto quello che c’è stato tra "quel Michael" e quello che sono ora.
È un viaggio. È memoria. È riflesso.
Ecco perché continuo a credere che la fotografia sia una delle forme d’arte più potenti. Non cattura l’anima, certo, ma forse cattura qualcosa di ancora più sfuggente: il tempo.
Alla fine, mi piace pensare che ogni fotografia sia la sintesi di diverse domande:
Sai chi sei?
Ma sopratutto, chi vuoi diventare?
Un abbraccio,
Michael
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