La grande bugia della “regola“ dei terzi

Ciao ,

ti chiedo scusa ma nella mail di stamattina è saltato l'incipit, senza il quale temo sia difficilmente comprensibile la mail! 😅

Ecco qui quindi la mail corretta!

Partiamo!
______

Più vado avanti in fotografia e più mi rendo conto della pericolosità di alcune trappole. 



Alcune sono emotive, altre tecniche, altre ancora dovute ad uno dei più grandi inganni del fotografo amatore: la fiducia cieca nelle regole. 



Ci sono infatti alcune “regole” che un aspirante fotografo impara all’inizio del suo percorso e in cui rimane incastrato per tutta la sua vita pensando che siano sempre vere e assurdamente sempre valide. 



Una su tutte: la regola dei terzi.

In pochi fotografi sanno che questa “regola” nasce per la pittura prima ancora che in fotografia.

E nasce per rispondere ad una apparentemente semplice domanda: “In un quadro, qual è il miglior punto in cui posizionare l’orizzonte?”. 


Ecco come Riccardo Falcinelli descrive la nascita e l’evoluzione della regola dei terzi nel suo libro “Figure” (che ogni fotografo dovrebbe davvero studiare): 


“A proporre una possibile risposta al dilemma dell'orizzonte ci pensa nel 1797 Thomas Smith in un agile manualetto intitolato “Remarks on Rural Scenery”.

Il successo è però dovuto anche a una questione tipicamente editoriale: il libro di Smith è rivolto agli amatori, un nuovo pubblico che debutta proprio nel Settecento, quando coltivare il disegno o l'acquarello diventa non solo una professione ma anche un gioco di società.

Su di loro la regola dei terzi ha un'enorme ascendente, non ultimo per il fatto rassicurante di chiamarsi «regola». E il successo è tale che ancora oggi la ritroviamo citata in ogni manuale di fotografia.

Non è un dato marginale: la storia delle immagini, dal XIX secolo in poi, è anche la storia della pittura da praticarsi come hobby, della fotografia in quanto passione prima che come mestiere, con conseguenze per l'intero sistema visivo.

Questi giochi di misurazione vanno infatti presi con le molle: possono essere puntelli per i novizi, formule che con poco sforzo conferiscono a qualsiasi dipinto un ritmo dignitoso, ma niente di piú.

Cartier-Bresson temeva il giorno in cui un reticolo geometrico sarebbe stato sovraimpresso al mirino della macchina fotografica, ciononostante è stato profetico: oggi non c'è fotocamera, a partire da quella dentro al cellulare, che non proponga reticoli per lo sguardo.

I produttori di elettronica affermano che un ausilio del genere garantirà alle foto armonia visiva, un'affermazione un po' sbruffona giacché l'armonia, se mai esiste, è anzitutto una faccenda storica, circoscritta, socialmente de-terminata.

La conseguenza è che le foto che troviamo postate sui social network sono ormai sempre ben composte, fin troppo: la geometria, le simmetrie, i ribaltamenti sono ostentati, didascalici, e l'orizzonte è sempre, senza scampo, a un terzo dal suolo.

Gli artisti che si sono rifatti a norme tanto rigide sono infatti rari e bisogna riconoscere che, alla fine, le composizioni piú riuscite sono quelle in cui, tramite un lungo allenamento, si va a occhio.

In definitiva la vera ingenuità dei dilettanti è credere che certe prescrizioni siano principi universali, eterni, validi sempre e per sempre.

Non è cosí.

Come abbiamo raccontato, la divisione in terzi è l'espressione del paesaggismo inglese settecentesco, usarla oggi per comporre un ritratto è, forse, completamente inutile.

Spero di cuore che questo trafiletto ti abbia fatto riflettere.

Perché ricorda: l’unico motivo per cui dovresti studiare le “regole” non è per ingabbiarti, ma per scoprire come liberartene.

Un abbraccio,
Michael

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La trappola nel ritratto